mercoledì 2 luglio 2008

può darsi che sia ubriaco e che fuori piova. dentro invece è tutto uguale e nora sta altrove. non l'aspetto e scrivo e navigo e bevo l'ombra che mi ha lasciato. c'è ancora traccia di lei, qui. non lavo la stanza per conservare traccia di lei, qui come di lumaca o uragano. non lavo e sto al buio con l'occhio solo dello schermo e l'odore di lei, ancora.

giovedì 26 giugno 2008

tre giorni di merda. nessuna voglia di postare.

lunedì 23 giugno 2008

scusate se non posto nulla oggi, ma ho bisogno di chiarirmi le idee. sempre se riesco perché quando ti capita una cosa come questa, scombussola l'esistenza. almeno a me, che non sono la tranquillità in persona. vista da fuori può sembrare un'inezia. il fatto che d'improvviso ti suoni alla porta la donna della tua vita, quella per cui stai tenendo insieme le tue energie migliori. voglio dire: sembrerebbe il paradiso in terra tutto questo e invece, quando nora l'altro giorno è arrivata, è come se con la pala della ruspa mi avesse rivoltato dentro. e i vermi e l'umido, venuti in superficie, si fossero messi a dannarmi l'anima, quello che è rimasto dell'anima. che però c'è e sta di un male cane. non voglio fare qui la vittima e fanculo a chi crede che io sia uno che si piange addosso. ma è più forte di me. mi ha messo in corpo un'ansia che non la trattengo

giovedì 19 giugno 2008

Pace e silenzio


Occorrevano almeno quaranta minuti prima che il grasso aggrumato s’addensasse in un impasto rumoroso, sbattuto, giro a giro, contro la parete della macchina. Dopo quel segnale, boli a palla di cannone sarebbero passati fra un piatto ed un rullo scanalato, così da slattarli d’ogni residuo sieroso. Intanto che il miracolo si compiva, Nora cercò di spiegare al vecchio quanto ella amasse il silenzio della montagna e dei suoi abitanti. Dal Kunter ella venne a sapere che riparò a Troiana nel secondo dopoguerra, preferendo la penuria alimentare, all’euforia caotica della ricostruzione. Quell’anno lontano, quando s’accorse d’essere nel pieno d’un tornado elettorale gonfio d’assillante propaganda e di sperperi, egli non ringraziò nessuno: legò al carro le due bestie sopravvissute alla guerra, caricò gli attrezzi da lavoro, e salì fin lassù, nella casa in cui erano nati i suoi bisnonni. La trovò diroccata, ma con coraggio stanò, sventrò, recuperò, edificò, spese tutto in calce, serramenti, tegole e vi s’insediò definitivamente. Il fatto che Nora, con l’accento di valle lontana, gli confessasse di amare quanto anche lui adorava – solitudine, quiete, natura, gente vera, semplice – lo conquistò.
Incorniciata dalla finestra della cucina, Olga, sua moglie, li osservava paziente; una figura minuta e tutt’ossa, con le spalle avvolte in uno scialle nero, gli occhi buoni, i capelli cenerini. Fu in quel momento che Nora notò la cascina nella sua interezza, le sue piccole finestre ad arco ribassato, il prospetto rettangolare e simmetrico, la disposizione a due piani: le parve sorella delle facciate di via Fusinieri, una parente minore, un frammento spaesato d’archeologia industriale, al quale l’architetto aveva dimezzato la luce dei balconi. Guardò allora serenamente Olga e pensò che vivere lì per un po’ di tempo, nella pace, nel silenzio, in compagnia dei due vecchi, non sarebbe stata un’idea malvagia, niente affatto.

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martedì 17 giugno 2008

Enrich Kunter


Il vecchio Enrich Kunter lo incontrò per primo. Stava in piedi davanti alla casa, le pupille a cercare il grasso di superficie contenuto in una vasca di legno, bassa e colma di latte: spannava i globuli, lento, bravo, sicuro, col mestolo in faggio, la schiena ricurva, il castano vispo delle iridi. Nora trovò normale che l’uomo la sdegnasse, stando fisso invece a quella crosta gialla e morbida che man mano gli cresceva innanzi. E non si scompose nemmeno quando, ottenutala intera e compatta, egli sparì lesto nel magazzino. Ricomparve poco dopo, con due pani di burro fra le dita:
“Ecco qua.” le disse senza grande entusiasmo.
“Molto gentile, ma veramente... Sono qui per quell’annuncio... Quello che lei ha lasciato in paese.”
E così era stato: che Enrich Kunter avesse sparso la voce in valle, a spaglio, mettendo anche qualche minuscolo annuncio nella bacheca del circolo dopolavoristico e al sindacato agricolo: sementi che voleva far germogliare, preghiere da esaudire con passione; soltanto che s’aspettava in risposta un colosso d’uomo, uno di quelli abituati a spaccare legna, a stare in piedi sin dall’aurora, a governare stalle e tempeste, ed invece...
“Signorina, non c’è posto per lei, qui.” le disse con l’aspro sulla lingua, prima di riportare dentro il burro.
“Aspetti!” lo allertò lei, invece. E l’avvisò che avrebbe dovuto guardarla meglio, perché i calli sulle mani e i tre anni di sgobba a Chiarano, alla cooperativa, non li aveva fatti per niente. Che la mettesse alla prova, se non ci credeva.
Enrich, prima d’accettare la sfida, spartì quella femmina di pianura come s’usa con le bestie, pesandone in quarti pregi e difetti: buoni il viso pulito, il telaio da lavoro e la sua voglia di fare; sospettosa quella fuga dalla cooperativa:
“A Chiarano dite? Uhm! Sempre in festa quelli. Non si divertiva forse?”
“Io ero là per lavorare. Anzi, ad essere sincera, a me tutta quella festa, quasi ogni sera, dava fastidio”, ma aggiunse, a correzione, per non sembrare un’orsa da spelonca, che lei ci stava volentieri fra quei compagnoni, purché la festa non durasse in eterno. Un altro discorso era la città, la chiacchiera e l’impicciamento dei cittadini, buoni a mettere il naso dappertutto e sempre.
“E qui, cosa pensa di trovare, signorina?” la provocò il casaro, senza abbassare gli occhi dai suoi.
“Qui...” cominciò Nora, ma non le venne in mente nulla di abbastanza importante, o di così immediato da convincerlo delle sue buone intenzioni. Ci pensò comunque un poco, mentre Enrich rimescolò distrattamente la panna nella vasca, rompendone il velo. “Io so lavorare. – riprese poi, con nuovo coraggio – E non mi spaventano i sacrifici. So che lei sta cercando un aiuto. E questo, mi creda, penso di poterglielo dare. Lo so, le sembrerà strano che una donna della mia età viaggi da sola, senza un uomo, ma...”
Il contadino si grattò la nuca brevemente, scosse la spalle ed inalò un poco d’aria buona di monte: “A me, signorina, sarò sincero, m’interessa che quando le vacche chiamano lei corra in stalla. E che una mano in casa a mia moglie ci deve essere sempre, che è vecchia e ha bisogno.”
In realtà, il taglio del bosco, il campo, il trattore d’aggiustare, il carro da spostare e cento altri pesi peggiori necessitavano di ben altre braccia, ed Enrich lo sapeva; si stupì dunque d’averli buttati in valle, per consentire a quella donna d’insediarsi. Perché proprio questo stava facendo: lo spazio buono per lasciarla crescere in conca. Per strano che potesse sembrare, avendo in urgenza altra macchina umana, ben altra sostanza, le apriva granaio, madia, cuore, come ad una parente, nemmeno tedesca, e femmina per giunta.
“Posso restare, allora?” interrogò Nora, avendogli letto negli occhi.
In risposta, egli le diede la spannarola in mano, invitandola a recuperare il grasso del latte da quell’altra vasca:
“Adesso guardi bene. Ma intanto mi aspetti qui, sì?”
Tornò con dei recipienti di legno, nei quali cominciò a versare la panna. “Faccia come me. Ecco così vedrà come si produce il burro.”
“Lo so come si fa.” ribatté Nora, ferita nell’orgoglio.
Enrich si dispiacque d’averla punta sul nervo e, per non darlo troppo a vedere, si rifugiò nel magazzino con un cesto di roba da centrifugare nella zangola, invitando Nora a fare lo stesso:
“Da piccolo, mio padre mi insegnò a fare il burro in una bottiglia. Ci metteva il sale, per conservarlo. Era il metodo tedesco. Adesso invece c’è la corrente elettrica, e non da tanto, sa?”

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domenica 15 giugno 2008

Troiana


cap. 9 (1948 – 2004)


A Troiana la corrente elettrica fu scoperta recente, dono dei magi in tuta azzurra, i quali, giunti fin lassù col camioncino dell’ENEL, ficcarono in terra la loro torretta minuscola di lamiera. I coniugi Kunter, unici residenti della contrada, masticarono zitti e di sbieco l’intera operazione, gli occhi puntati ai compressori, al ferrocemento, ai cavi tirati da palo a palo; gli occhi sbarrati e tristi per quella cosa di città, quell’arrembaggio: un’invasione dal basso, e niente profitti, pensarono. Semmai la paura d’essere presto cacciati e, svuotata la contrada, rifatta a misura del villeggiante per bene: via gli odori, le pecche, via i topi, gli insetti partoriti dal vecchio; dentro invece travi in vernice e cucine rustiche e lampadine ovunque. Telefono, ovviamente, e mattonelle lavabili, profumi di bosco. Paura che dell’0lga e dell’Enrich, sbaraccati, non ci fosse spazio che all’ospizio, un angolo ad Arco da affittare con l’indennizzo magro ricevuto. Milioni, pochi, da spendere tutti a rette d’infermieri, in purea e polli lessi, in pigiami, vestaglie e gite collettive al lago, milioni da buttare mentre i cittadini cento denti stavano in festa su a Troiana, a cambiarsi l’ossigeno in corpo, a rinnovarsi.
I Kunter vissero quel tentativo, riuscito, d’illuminare le loro notti, come chi s’aspetti bufera dai primi chicchi d’acqua, ed invece, passato il trambusto, corsa la corrente dentro i muri, di stanza in stanza, nei lampioni, altro non giunse: niente messi a tentare l’esproprio, niente privati in jeep a lusingare; il bello, al contrario, di non dover sprecare olio per lanterne, d’aver giorno anche di notte, a piacimento, e la soddisfazione di accendere arnesi a motore, girando una chiave.
C’era comunque sempre daffare in Troiana: cagliata, fieno, vacche, legna, bucato, stirare, galline, uova, malattie delle bestie, malattie degli umani. E turisti, anche quelli, che arrivavano per piluccare burro centrifugato in casa, per il formaggio e il latte, non pretendendo alloggio o terra da semina, bensì prodotti, fatica, il lavoro del vecchio Kunter, maestro casaro.
Fu questa fretta degli uomini di pianura, questa loro battaglia per la salute, combattuta a spese dei due coniugi, a spingere questi ultimi in cerca d’una mano, di un aiuto; e in tale prospettiva, Nora si presentò.
Giunse a Troiana risalendo la stradina bianca e tuttacurve di Mussone, a cavalcioni di uno stagionato motorino a tre marce che Sandro, nel colmo d’un rimorso, le regalò il giorno dell’addio. Per via, attraversò un’imponente pietraia e un castagneto centenario; la salita infine smise il suo tormento ed una rapida e breve discesa verso destra la portò dritta sulla conca.

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venerdì 13 giugno 2008

Chiarano


Cominciò così l’esperienza contadina di Nora, limpida come l’acqua del Garda e però faticosa, soprattutto nel doversi riadattare al fiato frequente d’altri esseri umani. Certo quelli al salnitro di adesso, poco avevano da spartire con il soffio malaticcio della comunità terapeutica, tuttavia si trattava sempre d’uomini e donne con i quali doveva patteggiare lo spazio, i silenzi, l’ordine e gli orari. Col tempo, poi, il suo ostinato rifiuto a scegliersi un maschio del gruppo, non fu mai del tutto compreso, malgrado ella avesse cercato di spiegarlo pazientemente prima all’uno, poi all’altro, e persino alle ragazze, le quali vedevano in quella rinuncia il motivo centrale del suo triste sorriso. Fra tutti, a patire maggiormente fu Sandro, il giovane responsabile del gruppo nonché quello che per primo aveva offerto il posto a Nora. In compenso, egli ebbe la soddisfazione d'insegnarle un mestiere, qualcosa che le avrebbe garantito il pane in ogni angolo di mondo. Ed in effetti, nei tre anni che Nora lavorò in quella cascina, imparò davvero un mestiere, ma comprese anche, definitivamente, che la propria indole solitaria non andava combattuta, bensì addestrata a sopportare il gioco di squadra, se necessario; senza esagerare, però.
Chiamò in causa proprio un’immagine sportiva, quando cercò di convincere Sandro e gli altri giovani che non se ne andava per colpa loro, ma che, al contrario, non s’era mai trovata così bene fra la gente. Disse che gente non era la parola esatta, perché loro li considerava dei veri amici, soltanto che aveva bisogno di una pausa, di uscire un poco dalla mischia, e che, comunque, appena avesse trovato un altro indirizzo, sarebbero stati i primi a saperlo. “Lo giuro.” garantì a Sandro, piccolo in un angolo, che ancora si domandava di quale malattia patisse i morsi quella sciagurata, per abbandonare un lavoro sicuro ed avviarsi ad un’estate sulla strada.
Nora uscì definitivamente dalla cooperativa il sedici maggio del 2004, con in tasca l’indirizzo di una contrada dispersa fra le acacie, i noccioli e le betulle del monte Ben, ad una cannonata dalla chiesa di San Rocco; lo aveva raccolto nell’ultimo suo misterioso vagabondaggio nelle osterie. La notizia che un’anziana coppia di contadini cercava un aiuto e, soprattutto, la possibilità di piantare lungamente i piedi in uno dei luoghi più remoti della terra d’Arco, la galvanizzarono, convincendola a lasciare l’operosa brigata di Chiarano, per trovare in questa nuova dimora un punto finalmente stabile, un centro dal quale rigenerare il corpo e lo spirito.

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